Oggi ho restituito una sedia orrenda a un negozio di sedie (l’aveva data a mia moglie da “provare”).
Nel negozio, sperduto fuori Perugia in un capannone fatiscente, una signora sigarettamunita mi ha accolto in un locale intriso di odore di fumo. Per curiosità ho dato un’occhiata alle altre sedie. Tra riccioli intarsiati, tessuti damascati di orribile fattura e tonalità smorte stile vecchio appartamento abbandonato, alcuni pezzi di kitsch in tono minore (antichità di Picelleri, direbbe mia moglie) hanno attirato la mia attenzione. Ma il mio Nokia N70 sta tirando le cuoia e non è stato così reattivo come avrebbe dovuto, quindi niente foto.
La prossima volta non mi farò cogliere di sorpresa.
Il video su Tekkaman del post precedente ha scatenato in me ricordi ancestrali. Compreso quello di un passato in cui la tecnologia analogica imponeva operazioni faticose (stop/rewind/play) per trascrivere i testi delle canzoni. Immaginate poi la fatica per trascrivere la fonetica di un testo giapponese. Senza sapere il giapponese. Senza conoscere le regole della fonetica.
Ecco la mia trascrizione italiana dei “suoni vocali” della sigla di Tekkaman. Lanciate il video (o la sigla se ce l’avete) e poi leggete il testo. Io lo trovo un esercizio ESILARANTE.
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TEKKAMAN
Moero thai ho,
takero Tekkaman
Iamini unnomecù uaftu tassu ta
Kuda i te voshi kuzu, ucciu no fa ke ri
Kira be ku di’n’gadi, cicci nona yo bepa a
Ito zudi nanareù nami dabo si.
Ya luzo penna zu
Tetse taa
Ucciu no kishi, ucciu no kishi: Tekkaman
Kaiakke thai ho,
okkore Tekkaman
Ucciu, ninjiani, piuse badi mmm,
tataite ke cirase, gigo kuno so komi
mìnavi ciugini, inorìo kome te a
nami dabo la e rù okkoko o boshì
Ya luzo penna zu
Tetse taa
Ucciu no kishi, ucciu no kishi: Tekkaman
Kuda i te voshi kuzu, ucciu no fa ke ri
Kira be ku di’n’gadi, cicci nona yo bepa a
Ito zudi nanareù nami dabo si.
Ya luzo penna zu
Tetse taa
Ucciu no kishi, ucciu no kishi: Tekkaman
OK, non pensiate che queso sia proprio il massimo. Si può anche andare oltre. Si può osare di più. Si può fare peggio, volendo. Ma il salotto che abbiamo visto a Corciano, da Mobili Paolo, è davvero un capolavoro. Tra rifiniture e colonne, un vero omaggio ai più grandi salotti kitsch.
Per molto tempo ho detestato le finte botti portabottiglie (note anche come “cantinetta”), i portapenne con le corna di cervo, i bicchierini da limoncello a forma di Vesuvio, i centrini di pizzo su mobili lucidi con gondole veneziane (scrigno di carillon)… Poi è successo qualcosa. Come uno scarto nella percezione. Dall’odio sono passato a una specie di affetto. Dall’approccio snob a una morbosa passione collezionistica. Non so ancora dire se sia scherno, compassione, sincero entusiasmo. Però succede che il kitsch non mi fa più orrore ma tenerezza.
Apro quindi un blog (anzi: forse una serie di blog) dedicato all’argomento. Non so se sarò in grado di aggiornarlo con frequenza. Ma certamente lo aggionerò con grande passione.